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Che succederà ai social network?

  • Pubblicato il: 19 November 2008
  • Da: Lorenzo P.
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Al Web 2.0 - il summit tecnologico, che si è appena tenuto a San Francisco - Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ha detto chiaro e tondo che a lui interessa avere prima di tutto più utenti iscritti: e non fare più soldi. Insomma l’aspetto dimensionale che conta più di quello sostanziale, questo il succo.
A questo punto vale la pena di autocitarsi e ricordare che ci siamo già occupati, in un dettagliato articolo postato su Osservatorio Community, della supervalutazione di Facebook e delle possibili conseguenze che avrebbe potuto generare.
Le affermazioni di Zuckerberg - che avranno fatto sobbalzare dalla sedia il povero Steve Ballmer, CEO di quella Microsoft che ha investito 240 milioni di dollari in Facebook, seguono di poco, come abbiamo visto, le preoccupazioni espresse da molti analisti sul reale valore di Facebook che certo ha tanti, tantissimi utenti, ma genera pochissimi utili, soprattutto se si tiene conto degli alti costi di banda per un traffico dati tanto vasto. Inoltre la crisi finanziaria che scuote le borse mondiali e che sta facendo crollare il valore delle azioni dei giganti del web (si pensi a Google), non risparmia quel territorio dominato dall’ottimismo che è popolato dalle tante startup che basano il loro valore, non sui profitti reali, ma sulle possibilità di sviluppo futuro, possibilità di sviluppo valutate spesso secondo il parametro dei visitatori/membri del sito stesso, della popolarità insomma.
Ma questo sistema è un po’ come un cane che si morde la coda: 1) le startup acquisiscono un valore nominale di natura fiduciaria e non sostanziale; 2) questo valore è basato sul numero di iscritti e sul traffico che riescono a generare, e non sui reali profitti che garantiscono; 3) Il valore nominale che viene loro attribuito è però relativo, in una situazione finanziaria dove materialmente nessuno può pagare quella cifra, per via della crisi globale.
E’ quello che sta succedendo ora. Facebook vale - in teoria - 15 miliardi di dollari (7 volte il valore della General Motors in borsa!), ma, al tempo, genera pochissimi profitti: e chi nelle attuali condizioni può sborsare così tanto per una società che non rende quasi nulla? Da qui la considerazione che il valore attribuito a Facebook sia meramente teorico.
Youtube - che fu pagato 3 miliardi di dollari da Google - al giro di boa dell’anno fiscale, restituì a Mountain View solo 20 milioni di dollari di utili. Una frazione insignificante, che però Google ha ammortizzato con la crescita del proprio titolo in borsa a seguito dell’acquisizione. Ma il tempo delle vacche grasse è, almeno per ora, finito, e ovunque si sta stringendo la cinghia. Così gli analisti iniziano a chiedere non solo utenti, ma anche un reale rientro economico, alla scoppiettante e vivace bolla del web 2.0.
Ma Facebook, come abbiamo visto, ai profitti non vuole pensare troppo, se non nei termini di una strategia di lungo periodo: nel breve termine la priorità è incrementare la base utente (tra l’altro arrabbiata come non mai per il nuovo layout del sito: un gruppo di 2.2 milioni di utenti porta avanti questa battaglia, figlia di un modello partecipativo, dentro lo stesso social network). Facebook si muove un po’ come un esercito che pianta bandierine - una dopo l’altra - su un nuovo inesplorato territorio. Prima che le piantino gli altri eserciti. Secondo ComScore i 5 maggiori social network mondiali sommano la bellezza di 370 milioni di utenti. Una vera corsa all’oro che però - data la stagnazione economica - farà qualche vittima: le piccole startup sono le maggiori indiziate, ma anche i grandi player non dormono sonni tranquilli, per questo chi è in cima non vuole smettere di scalare la montagna. Se sulla vetta non ci sarà spazio per tutti, è meglio arrivarci prima degli altri. Così Myspace che - oltre al domani - pensa anche all’oggi, punta a profitti garantiti da merchandising, vendita online di brani musicali e - si vocifera - un player mp3 succedaneo dell’ipod. La parola d’ordine - piaccia o no a Zuckerberg - è espandersi sì, ma anche guadagnare. Ma come? Lo scenario più interessante sembra quello dei dispositivi mobili, per 3 motivi: a) la loro diffusione; b) la possibilità tramite il gps di creare siti sociali localizzati; c) la facilità con cui è possibile fare pagare i servizi agli utenti. Senza contare che il mondo non finisce non è un’entità duale Usa-Europa, ricordando che Asia e Sud America, e in misura minore l’Africa, sono e saranno un incredibile bacino di clienti per servizi diretti a dispositivi mobili che non richiederanno il possesso di un computer o di una connessione internet fissa.

Temi: Editoriale, Aspetti finanziari, Grandi player, Social network

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