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#mumbai: l’informazione orizzontale che funziona meglio di quella tradizionale

  • Pubblicato il: 28 November 2008
  • Da: Lorenzo P.
  • Commenti: 1
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In Italia è notte fonda e in India è l’alba. E’ da un giorno e mezzo che è iniziato un attacco terroristico a Mummbai, capitale economica della nazione indiana, che ha provocato - sembra - più di 120 morti e di 300 feriti. Scrivo sembra perché ancora non si è capito che è successo e quali sono stati gli attori e i moventi dietro tanta barbarie: il tutto a ben 34 ore dal tragico inizio del bagno di sangue.
La prima pagina dei giornali italiani online si limita a riferirmi una sequela di eventi confusi, ad ordinare dei fatti supposti, disponendoli in un ordine cronologico; e basta. Questi resoconti non mi aiutano a capire molto, anche per via del disordinato layout del principale sito informativo nostrano, ma questo è un altro discorso.

Allora, siccome voglio capire qualcosa, mi collego al canale #Mumbai di Twitter, gettonatissima piattaforma di microblogging.
Come ipnotizzato, passo diverse ore davanti a una pagina dove - uno dopo l’altro - scorrono sullo schermo notizie e commenti di meno di 140 caratteri, tanto rapidamente che quasi non si riescono a leggere. Molti post (che su Twitter si chiamano tweet) sono semplici rilanci della stessa notizia (o dello stesso tweet) e quindi occorre un po’ di pratica per avere a una chiave di lettura di queste decine di migliaia di tweet che costituiscono null’altro che un enorme passaparola collettivo.
E’ un po’ come guardare una mappa. Per capirne i contorni il dettaglio non aiuta, serve allontanarsi un po’ per poterne cogliere il dato d’insieme.

Molti utenti di Twitter scrivono dall’India, molti dagli Usa, comunque in inglese. Le notizie riportate sono sia quelle di prima mano - persone che si sono trovate intrappolate nell’attacco agli alberghi e hanno mandato un tweet dal cellulare, oppure gente che abita vicino alla zona attaccata - sia un’interpretazione critica della copertura dei fatti che stanno facendo i media. Scopro così che la CNN e la BBC hanno mandato in onda una mappa dove il Kashmir è parte dell’India, e che Fox ha diffuso a sua volta una mappa inesatta - poi ritirata - dei punti di Mumbai dove sono avvenuti gli attacchi. La stessa Cnn in un suo articolo online prende di mira il fenomeno (oggi non più di nicchia) del giornalismo partecipato, dicendo che contribuisce a diffondere il panico (sic), ma poi dà la notizia di alcune esplosioni nel centro ebraico di Mumbai (la Nariman House) un’ora e qualche minuto dopo che già se ne parlava su Twitter. Scopro anche molti link a blog esterni dove testimoni oculari, soprattutto indiani, raccontano la loro esperienza. La raccontano da soli, senza la mediazione di nessun giornalista.

A un certo punto smetto anch’io di fare soltanto il lettore, e inizio a scrivere sul mio account: lo faccio in inglese rilanciando (ah, si dice retweeting) un paio di notizie. La mia rete personale è piccola e votata alle curiosità più che alla cronaca, ma la teoria dei 6 gradi di separazione mi suggerisce che la cosa ha senso. E poi non costa nulla: in pochi rapidi passaggi l’informazione si potrebbe propagare come un virus benefico. Succede che una tweeter americana con oltre diecimila contatti legge un mio post in italiano, lo capisce e lo rilancia, dice che sì, che il giornalismo verticale è finito. Perché è questo il punto: già da noi affrontato qualche giorno fa: l’informazione tradizionale (sia quella su carta, sia quella online) di fronte ai grandi eventi, lascia il passo a questi nuovi media, e la cosa non può essere considerata come un evento sporadico, isolato. Tre indizi fanno una prova, diceva qualcuno.

E’ successo con Obama, sta succedendo con Mumbai. E che cosa sarebbe accaduto l’11 settembre? Avere testimonianze diffuse in tempo reale con una piattaforma di questo tipo, avrebbe aiutato a chiarire punti che non sono mai stati chiariti fino in fondo? Ricordo che quel giorno del 2001 mi telefonò un amico dagli Usa per dirmi cos’era successo e io subito accesi il computer per connettermi prima ai siti dei giornali italiani, poi alla CNN e alla BBC. Erano questi grandi media che allora mi raccontavano cosa stava succedendo. Ora il grande media a cui per necessità mi rivolgo si chiama Citizen Journalism.
Certo, ha i suoi punti deboli ed è qualcosa di ancora tremendamente informe; inoltre sarà atteso al varco da mille accuse e da mille critiche: ma c’è.
Ed è incredibilmente semplice da usare. Questo è un altro punto nodale: il confine tra la produzione e la fruizione di contenuti è diventato sottilissimo, forse non c’è addirittura più, chi lo sa, magari semplicemente non ce ne rendiamo ancora conto.

Ma in questo scenario non c’è solo Twitter che alla fine è un semplice aggregatore, una piattaforma di distribuzione di contenuti. Ci sono i blog, i social network generalisti, ci sono i feed, i newsreader, i siti di bookmarking sociale e ci sono i siti di condivisione di foto e di video: oggi il quotidiano online de La Repubblica ha messo in prima pagina, e nella prima notizia, un link alle foto dei raid di Mumbai pubblicate su Flickr (a memoria di lettore è la prima volta). Le immagini erano postate su Flickr da utenti indiani o da chi si trovava sul luogo.
La cosa mi ha fatto pensare a una sorta di strano corto circuito: il vecchio che per essere sè stesso, non può che affidarsi disperatamente al nuovo ammettendo così la propria impotenza e la propria inattualità.
Una sinergia tra le due cose sarà però difficilmente realizzabile nel lungo periodo: è un problema di 2 modelli di diffusione delle informazioni radicalmente differenti: in uno c’è l’editore, che è uno solo; nell’altro gli editori sono invece centinaia di migliaia, e questi editori sono anche lettori e fruitori delle stesse informazioni che veicolano. Una sintesi non riesco proprio a immaginarla. Nei prossimi giorni i giornali tradizionali si popoleranno di articoli che parleranno del boom del giornalismo partecipativo e di quanto successo a Mumbai, soprattutto a livello di copertura mediatica, ma poi torneranno a vivacchiare sull’abitudine.
Gli organi informativi più avveduti non tarderanno però secondo me, ad approntare qualche forma di contromisura. Non sono un futurologo, ma sarei pronto a scommettere che qualche grande giornale (non italiano di sicuro) userà il “modello Twitter” (chiamiamolo così) o qualcosa di simile per cambiare pelle, prima che sia troppo tardi.

Rimangono da spendere due parole sul fatto che solo qualche giorno fa, Facebook ha offerto 500 milioni di dollari a Twitter (che ha tra i suoi iscritti il neo-inquilino della Casa Bianca, Barack Obama) per comprarselo, ma i giovani fondatori di un sito che pareva nato per un semplice “what are you doing?“ -  e che per ora non inserisce nessun annuncio pubblicitario tra le sue pagine - hanno rigettato l’offerta e rivendicato la loro indipendenza.
Per alzare il prezzo o perché veramente pensano che l’indipendenza conti più del denaro? Oppure ancora perché hanno un progetto da realizzare che è solo agli inizi? Il “what are you doing?“ diventerà “what’s happening around you?“ dove il tu indicherà una collettività e non più il singolo utente, e i fatti privati diventeranno l’insieme dei fatti che riguardano il mondo intero?

Vedremo. Prima di chiudere l’articolo riapro il canale Twitter di #mumbay (volendo anche da un’applicazione web esterna come Spy) e scopro che un commando di teste di cuoio israeliane è sul tetto della Nariman House, cosa che la Cnn omette in questo momento esatto di dirmi, parlando genericamente (e in ritardo) di scontri tra terroristi e forze di sicurezza. Nei prossimi giorni saprò chi mi diceva la verità. E, ci scommetto, lo scoprirò sulla rete.

Alle 4 di notte Roma è finalmente silenziosa. In questo stesso momento dall’altra parte del mondo il cuore pulsante di una megalopoli vive una situazione di incertezza e terrore, mi raffiguro il sottofondo acustico degli elicotteri, delle sirene e del vociare concitato della gente che m’immagino parlerà solo di quello. Non mi ricordo più chi disse che il battito d’ali di una farfalla può far scatenare una catastrofe naturale nell’altro emisfero: penso però a milioni di farfalle che - come in un’enorme ed estesa catena - sbattono le ali una dopo l’altra. E allora Mumbai non è più così lontana, tanto che persino mi sembra di poterla sentire, in questa muta notte romana.

Temi: Community, Editoriale, Grandi player, Social network

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    Interventi

  • 1 Scritto da michelle il 28 Nov 2008

    interesting… not in english tho

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